Ci sono strade che non esistono, finché qualcuno non le percorre.
Esistenze che non hanno nome, finché una parola non le riconosce.
Corpi che non hanno voce, finché non iniziano a farsi ascoltare.
La psicoanalisi non cura in senso medico: accoglie, interroga, trasforma.
Rende possibile un dire dove prima c’era solo silenzio, angoscia, o ripetizione.
Mi occupo del modo in cui il corpo parla — a volte urlando, a volte sussurrando — e di come la parola si iscrive nella carne. Il sintomo non è un errore da correggere, ma un segno da decifrare, una traccia di verità soggettiva.
Scrivere e ascoltare sono gesti contigui.
Entrambi implicano un vuoto, un’attesa, una domanda.
Entrambi chiedono rispetto per ciò che sfugge, per ciò che resta fuori campo.
Entrambi hanno a che fare con l’intimo e con l’Altro, con ciò che manca e con ciò che si cerca.
Questo spazio nasce dal mio desiderio di tenere insieme la clinica e la scrittura, la parola che cura e quella che racconta.
Una soglia in cui l’inconscio trova voce, e chi legge, forse, si riconosce.