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Sintomatologie Trattate

Ansia e attacchi di panico 

C’è un luogo dentro lo sguardo in cui si precipita: ansia e attacchi di panico

Difficotà relazionali e dipendenze emotive

Le dipendenze affettive: quando amare significa perdere se stessi.

Crisi esistenziali, di identità e di identità di genere

Quando il volto non corrisponde, l’analisi diventa il luogo dove disegnare un nome.

I sintomi somatici e psicosomatici

Il corpo parla anche quando la mente tace: i disturbi psicosomatici

Disturbi d’ansia, panico e fobie

L’ansia è una sensazione di inquietudine persistente che invade non solo la capacità di pensare, ma anche il nostro corpo. Questa inquietudine pervade il modo in cui percepiamo il nostro corpo che abbandona lo stato di calma ed assume una fisiologia diversa, accelerata.

Allo stesso modo il flusso dei pensieri insegue preoccupazioni che sembrano andare al di là del nostro controllo.
Uno stato d’ansia persistente comporta l’impiego di molte energie e un progressivo distacco dalla dimensione reale e realistica del soggetto che risulta impegnato a perseguire le preoccupazioni nel tentativo di evitarle, per fare questo, però, si ritrova impreparato a fronteggiare gli eventi contingenti della vita, anche i più semplici, precipitando in una stato di impedimento o di panico.

Depressione

Questa parola raccoglie un ventaglio di sintomi, tra i più diffusi della contemporaneità.
Si parla di depressione quando si avverte la vita come dolorosa, oppure al contrario quando lo stato emotivo è assolutamente assente e la vita non la si avverte più, o anche quando non si riescono più a svolgere le normali attività quotidiane perché sembra mancare il desiderio di vivere, o spesso ci si lascia vivere senza un perché.
Generalmente gli accadimenti della vita di tipo traumatico, come un lutto o una perdita di qualunque tipo può portare a sentirsi depressi, però spesso accade che anche in assenza di un evento traumatico si hanno vissuti depressivi senza un’apparente motivazione.

Attraverso un’analisi si può provare finalmente a comprendere le reali cause di questo tipo di sofferenza oltre che ad alleviarne gli effetti.

Disturbi del comportamento alimentare

Quando con il cibo si tratta d’amore
“La passione della bocca, la più appassionatamente ingozzata, è quel Niente in cui, nell’anoressia mentale, reclama la privazione dove si rivela l’amore” (J. Lacan Conferenze sull’etica della psicoanalisi)
Mangiare è il primo modo di fare esperienza dell’amore. Si fa esperienza della vita per la prima volta, mangiando.

Freud racconta nel capitolo VII dell’interpretazione dei sogni della creazione di una traccia mnestica a seguito dell’esperienza della fame, della privazione del cibo che renderanno il seno prima e poi la madre primo oggetto d’amore. Questa traccia mnestica sarà il modo di funzionare di ogni desiderio possibile, è in questo modo che
sorge l’oggetto perduto freudiano, un oggetto che proprio per questo nasce come perduto, ed è dunque strutturalmente perduto.
Nel momento in cui sorge la necessità biologica di mangiare, qualcosa della differenziazione soggettiva comincia, ma questo bisogno biologico diventa umano -entra in quella che Freud definisce sfera psichica- quando passa attraverso l’Altro, cioè quando il bisogno diviene domanda (come qualcosa che non si è e non si ha, e che manca
irrimediabilmente).

Quando il bisogno diviene domanda vuol dire che quello che era un bisogno entra nel sistema simbolico in cui siamo immersi (gettati) per poter essere espresso in modo intersoggettivo. L’esperienza dell’essere alimentati assume un valore diverso a seguito di questo passaggio: il bisogno nel momento in cui diviene domanda non è più la richiesta di un oggetto di soddisfacimento, ma è richiesta di una presenza, cioè richiesta di qualcosa che nessun oggetto potrà mai soddisfare, questa è esperienza d’amore, che agli albori fondamentalmente è un essere amati, ed il cibo, conseguentemente, diviene un segno, segno dell’amore. Esiste qualcuno che in modo del tutto arbitrario (l’amore della madre)
non ci lascia nella privazione assoluta offrendci “quel suo corpo” da mangiare…
I disturbi del comportamento alimentare non sono altro che una clinica dell’amore in cui il corpo è implicato a filo doppio.
Se il cibo è il segno dell’amore allora non stupisce che possa prendere tutte le strade tipiche e atipiche delle vicissitudini amorose.
Il corpo è al centro di questo modo di soffrire ed è oggetto vessato, logorato, fagocitato esso stesso fino a renderlo scarto assoluto.

La Nevrosi

La nevrosi è una forma di sofferenza psichica che caratterizza e struttura il soggetto nel suo modo di stare al mondo e relazionarsi all’altro.

La psicoanalisi rintraccia nel complesso di Edipo l’eziologia delle nevrosi. Per complesso di Edipo si intende il modo in cui il soggetto in età infantile riesce ad assumere efficacemente la separazione dalla figura materna per opera della figura paterna che stabilisce una legge simbolica. La legge è quella della castrazione, ossia la necessità di rinunciare, separandosi, alla figura materna, per poter stare in questo modo nel mondo simbolico, cioè il mondo delle relazioni in cui ciò che si perde, ciò a cui si rinuncia è il primo oggetto di godimento, la madre, per potersi aprire al resto del mondo.

Questo in primis consente di non essere vittima di ciò che Lacan chiama il godimento dell’Altro, cioè un godimento che si trova dappertutto nel corpo del soggetto. Infatti nelle nevrosi il godimento è ordinato nelle cosiddette zone erogene, zone in cui si stabilisce il circuito pulsionale che in questo modo non risulta invasivo e onnipresente come accade, invece, nelle psicosi. Questo vuol dire anche aver assimilato la legge del padre, che Lacan chiama Nome del Padre (questa legge non si inscrive nelle psicosi, infatti Lacan parla in questi casi di forclusione del nome del padre, cioè assenza della legge di castrazione).

A differenza delle psicosi, nelle nevrosi la pulsione è dunque regolata dalla legge di castrazione, è la perdita dell’oggetto primordiale a rendere possibile il desiderio ed è questa perdita che funziona come la causa di ogni possibile desiderio futuro.

La clinica delle nevrosi è per Lacan una clinica del desiderio: a seconda di come la legge di castrazione si inscrive nella vicenda soggettiva, si potranno avere due strutturazioni nevrotiche, cioè due tratti peculiari in cui il soggetto si rapporta all’altro, desiderandolo e entrando a propria volta nel desiderio dell’altro. Questi due modi sono l’isteria e la nevrosi ossessiva.

Psicosi

Perché un trattamento analitico ?

In clinica psicanalitica lo psicotico è assunto al gioco dell’impulso. Per dirla in termini freudiani, l’Es (statuto dell’Istinto) domina la vita psichica del soggetto psicotico, tanto da impedirgli l’accesso al registro Simbolico. Gli è preclusa la strada del “linguaggio” a causa d’un trauma/impedimento primario avvenuto durante il percorso edipico, ovvero nel delicatissimo periodo in cui il bambino si stacca gradualmente dalla madre, esce dallo stato fusionale primario, naturale e necessario, ed incomincia a riconoscere l’Altro, la Legge del Padre. Lacan conia un neologismo “ Forclusione” per indicare l’impedimento traumatico in questione: il soggetto forcluso.

Attraverso il percorso di simbolizzazione si rende compatibile l’istinto primario con la vita sociale umana, trasformandolo in pulsione. Il percorso della pulsione, necessita, però, di un altro passaggio denominato “sublimazione”. In questo successivo percorso parte dell’energia pulsionale diventa socialmente spendibile (attività umana), senza che l’attività sessuale ne venga pregiudicata.

In sintesi, sul soggetto psicotico grava uno squilibrio della spesa energetica prodotta in origine dalla libido, in lui quasi completamente spesa nell’attività corporea e sessuale .

Il completamento del percorso edipico primario è indispensabile anche per la corretta formazione identitaria del soggetto (chi sono io?). Infatti nelle diverse forme psicotiche si rintraccia una difficoltà, più o meno grave, proprio del processo di maturazione identitaria.

Gli “scompensi” caratteristici del soggetto psicotico, che si manifestano nelle forme più varie, sono la diretta conseguenza di quanto fin qui descritto. Conseguenza di un’antica ferita che un percorso analitico potrà suturare o comunque consentire di trovare quegli strumenti per supplire alle carenze strutturali di questi soggetti.

Il trattamento analitico ripercorre la storia psichica del soggetto attraverso successive elaborazioni che solo l’ambiente transferale consente (rapporto analista/analizzante). In quel sentiero lento e faticoso, caratterizzato dalla parola di entrambi ma soprattutto dai loro silenzi, l’analizzante condurrà se stesso nel tempo e nel luogo del trauma primario. Lì sarà possibile elaborare una ricostruzione immaginaria e simbolica dell’evento traumatico. Una sutura della ferita che permetterà al soggetto un diverso e più equilibrato rapporto con la pulsione. Si potrà finalmente accedere al registro Simbolico , fase indispensabile per sbloccare la fissità pulsionale dello psicotico ed avviare il processo desiderante , attivare il percorso di “sublimazione” dell’energia libidica, deviandone il corso dall’oggetto sessuale ad attività socialmente utili. Di conseguenza, lo psicotico potrà vivere un rapporto rigenerato con se stesso e con gli altri.

Ludopatia e nuove dipendenze

Le dipendenze
La serialità compulsiva è il sintomo dominante, un tratto comune che ritroviamo in tutte le strutture psicopatologiche che imperversano nella clinica del godimento. Questo tratto è presente nei molteplici versanti delle dimensioni sociali, anche profondamente distanti tra loro, esso è una declinazione nuova della dipendenza patologica del soggetto contemporaneo. In tutte le strutture cliniche della psicopatologia si fa largo questo tratto che a livello fenomenologico si esprime come una degenerazione della dipendenza patologica: la serialità.

Che cos’è la dipendenza e perché essa è degenerata in serialità?

La dipendenza è un modo di relazionarsi all’oggetto che nasce da una mancata o da una inappropriata strutturazione soggettiva, o anche, da un’incapacità di elaborare soggettivamente l’esperienza di una perdita dando luogo a sentimenti depressivi.
Parliamo di strutturazione soggettiva nella misura in cui l’oggetto di godimento -che è inizialmente la Cosa materna- è vissuta dall’individuo come perduta. Nella misura in cui si assume questa perdita nella propria sfera psichica, nascerà la possibilità di fare di questa esperienza della perdita uno spazio che chiamiamo soggettività, cioè quel luogo in cui si elaborano le esperienze e si assumono come costitutive del
proprio mondo interiore. Da un punto di vista puramente logico il soggetto nasce- cioè si parla di soggetto e non più di individuo- nella misura in cui il bambino si concepisce come separato dalla madre, si separa dall’oggetto materno, dunque si crea quella distanza necessaria affinché una relazione possa avere luogo. Questo implica che l’oggetto possa essere presente, assente o -ancora una volta- perduto, cioè non più disponibile alla relazione. Nella distanza dall’oggetto -che accoglie l’impossibilità di avere un controllo su di esso- il soggetto si esperisce come desiderante, sente, cioè, di essere costituito da una mancanza che lo porta ad aprirsi alla relazione, a cercare l’altro e ad attendere che l’altro ritorni se non c’è. Dunque, quando parliamo di soggetto. parliamo anche dell’esperienza del limite, cioè della legge, che è stata fatta propria da colui che chiamiamo soggetto e che, se da un lato ha portato ad una perdita dell’oggetto di godimento, dall’altro gli ha consentito di rivolgersi ad altri oggetti oppure -e soprattutto- al proprio mondo interiore come luogo di elaborazione della perdita, che caratterizza poi ogni
esperienza umana. La perdita scava quindi una mancanza, ma non distrugge il soggetto che rimane “attaccato” ai limiti della propria soggettività, vale a dire a quello spazio interiore in cui sente di esistere. In psicoanalisi questo è il senso della legge di castrazione.
Quando parliamo di dipendenza intendiamo che qualcosa nella strutturazione soggettiva è andato storto e quindi il soggetto si ritrova in vari gradi e modalità avvinghiato inesorabilmente all’oggetto di godimento. La funzione paterna, che è la funzione che pone la legge ed insieme ad essa argina il godimento del soggetto, generalmente interviene nella diade madre bambino ,il suo intervento è traumatico e determina una crisi che sarà fondativa dell’esperienza soggettiva. La crisi è qui intesa nel senso etimologico di separazione (crisi dal greco κρίνω e vuol dire separare). In questa crisi, che la psicoanalisi chiama complesso di Edipo, si creano così i presupposti per uno spazio soggettivo.
La società civile andrebbe intesa come massima espressione della funzione paterna, ossia come la posizione di una funzione legiferante finalizzata alla costituzione di attori sociali adeguatamente strutturati a partecipare alla società; ciò è possibile solo se si è stati in grado di adempiere a determinati compiti formativi e lavorativi da parte degli individui. Dunque la dimensione sociale, come la funzione paterna, è ciò che pone un limite per favorire una strutturazione dei suoi componenti che potranno, nella misura in cui hanno assunto un ruolo sociale adeguato, parteciparvi. Oggi accade, però, che la società civile ha modificato così profondamente la sua struttura da essere qualcosa di totalmente opposto a quella funzione paterna che abbiamo visto essere fondamentale per la strutturazione soggettiva. E’ venuta meno, infatti, la sua funzione legiferante. La società contemporanea è una società fondata sulla necessità del consumo affinché i mercati possano continuare a produrre. Il discorso di fondo è un discorso capitalista, dove l’oggetto non può e non deve essere desiderato, ma al contrario deve essere non semplicemente disponibile, ma onnipresente ed effimero insieme, così da rintracciare in esso una indispensabilità legata alla sua istantaneità. Tutto ciò ha determinato una metamorfosi non solo della relazione d’oggetto, -che non prevede più’ un desiderio in quanto è finalizzato al godimento immediato-, ma anche della sua temporalità. L’oggetto di godimento è un oggetto effimero, cioè si consuma nella misura in cui appare. Dunque l’urgenza del consumo ha intaccato la temporalità dell’oggetto che ha subìto una progressiva degenerazione: da oggetto presente/ assente che ne alimentava l’aura desiderante è divenuto oggetto onnipresente perché finalizzato alla scarica pulsionale immediata. L’immediatezza della scarica pulsionale determina una conseguente evanescenza dell’oggetto stesso che perde la sua unicità e diviene quindi seriale, per poter essere sempre disponibile e nuovo. Così come cambia l’oggetto allo
stesso modo cambia anche il soggetto: l’individuo contemporaneo potrebbe essere definito un godente seriale.
Tutto ciò che il mercato produce prevede una serialità. Niente è unico, tutto è ripetibile e rinnovabile, in un godimento inesauribile e maniacale. Gli oggetti del mercato sorgono già come oggetti di una serie, si pensi ai dispositivi elettronici di ogni tipo, alle auto, al fenomeno delle serie tv. Ogni cosa proposta come oggetto di godimento è intesa come serie di oggetti che “educano” , così, il godimento stesso alla maniacalità. Questo godimento scandaloso, che un tempo era riservato ai grandi sociopatici che sono stati chiamati “assassini seriali”, si è oramai diffuso in tutti i livelli del nostro quotidiano e del nostro vivere sociale. La serialità è la nuova dipendenza. Ma vediamo più da vicino come il fenomeno della serialità si manifesti in tutte quelle che sono chiamate dipendenze patologiche.
In effetti le dipendenze patologiche sono solo la “normale” conseguenza di una società che alleva la patologia per poterne trarre un profitto economico. Le dipendenze affettive, chiamate più sbrigativamente depressioni, e la ludopatia sono le versioni patologiche di due “attività” innate dell’essere umano e che da sempre danno colore ed intensità alle vicende umane: amare e giocare.
Giocare è un’attività umana che non si impara. Accade che impariamo a scrivere, a leggere, probabilmente se nessuno ci avesse insegnato queste attività, difficilmente le avremmo imparate. Questo non vale invece per altri tipi di attività che sembrano innate, cioè già scritte nelle faccende dell’umano. Nessuno ci insegna ad amare, ad esempio. Anzi è proprio perché amiamo che diventa possibile che qualcun altro ci in-segni, cioè ci segni dentro, proprio lì dove si gioca la partita dell’esistenza. Esistere e giocare sono due significanti che spesso si associano, come se l’esistenza comportasse un giocare, una posta in gioco. Questo tipo di associazione lascia anche intendere che giocare ed esistere siano qualcosa di intrecciato. Il bambino gioca senza necessità di un aiuto, inteso come apprendimento, magari ha necessità che qualcuno gli spieghi le regole del gioco, ma l’atto del giocare è qualcosa verso cui è naturalmente portato, così come il suo esistere di bambino. Che cos’è realmente il gioco? Il gioco è sicuramente una metafora della vita, si apprendono delle regole che ci consentono di stare al gioco, così come apprendiamo le regole dell’ordine simbolico che vanno dal linguaggio all’ordine sociale in cui troviamo un posto, un posto che l’altro ci assegna ed entro questo posto dobbiamo provare a stare al mondo/giocare. Grazie al gioco possiamo fare esperienza della solitudine come momento creativo e non semplicemente lacerante. Famoso è il gioco del rocchetto di Ernst, nipotino di Freud, attraverso il gioco il piccolo ripeteva, simulando nel gioco, l’andirivieni della madre.Un evento in sé traumatico, difficile, viene vissuto attraverso due dimensioni consolatorie: la prima è il gioco stesso, la seconda è la parola, che qui si pone come godimento consolatorio di una tensione desiderante in stato nascente, quindi il famoso “fort-da” (via-eccolo) aiuta Ernst nella manifestazione del suo spazio soggettivo che l’occhio attento di nonno Sigmund non può non guardare. Nel caso del nipotino di Freud il gioco si pone come un’attività che aiuta il bambino nella costituzione del suo spazio soggettivo. Donald W. Winnicott, psicoanalista inglese, nel suo testo “gioco e realtà” ha affrontato l’attività del giocare come quell’attività che apre il soggetto alla capacità di esser solo.Il bambino giocando si procura un piacere compensatorio oltre che riflessivo, che gli consente di elaborare l’assenza dell’oggetto amato e a costituire cosi’ quello che ho definito spazio soggettivo. La riflessione freudiana sul gioco del rocchetto nasce in realtà per mettere in evidenza come il soggetto ripeta un evento traumatico, cioè un evento che il soggetto non è stato ancora in grado di elaborare, Freud poi prende poi altre strade, illustrando come la ripetizione metta in luce un al di la’ del principio di piacere. Volevo qui, però, evidenziare semplicemente che la scelta dell’attività ludica è un modo consolatorio di Ernst di vivere qualcosa che inizialmente non è semplice da integrare nella propria vita psichica, cioè la perdita dell’oggetto d’amore, perdita che abbiamo visto essere un’esperienza fondamentale da scriversi nella vita psichica di un individuo affinché esso possa relazionarsi all’altro come un soggetto, cioè assumendo su di sé la capacità che l’oggetto sia non-controllabile, ammettendo così lo statuto precario dell’oggetto. Assumere la precarietà dell’oggetto vuol dire accogliere in sé altri aspetti dell’oggetto stesso che diversamente non sarebbero nemmeno considerati: significa conferire all’oggetto un valore, una unicità, un’irripetibilità, questo è ciò che inscrive realmente l’oggetto in una relazione di desiderio e non di dipendenza.
Quanto detto si basa su una premessa: che un soggetto divenga dipendente o riesca a reggere la tensione desiderante sarà determinato inevitabilmente dalle relazioni in cui si trova agli albori della sua vita, nella struttura in cui si trova immerso. Giocare ed amare sono due attività innate con le quali il soggetto interviene nella trama relazionale, quindi nella misura in cui vi sono i presupposti per la creazione di uno spazio soggettivo, avremo la capacità di giocare e di amare come costitutiva di questo spazio. Se invece lo spazio soggettivo non si costituisce o è messo in crisi, o impedito momentaneamente per la troppa presenza dell’oggetto di godimento, allora giocare ed amare subiscono una degenerazione, che nella clinica attuale si manifesta come una dipendenza che deborda nella serialità, laddove il mercato, favorendo una tensione maniacale del godimento del soggetto , depaupera progressivamente la sostanzialità dell’oggetto, rendendolo qualcosa di effimero, cioè non univoco, infatti la sua temporalità è costituita proprio dalla estemporaneità, cioè dalla possibilità di esaurirsi e ripresentarsi come serie di oggetti. Si crea in questo modo un circolo vizioso che va ad alimentare l’intensità pulsionale rendendola mai soddisfatta.
Allevare patologie significa fare di queste attività proprie dell’umano qualcosa di patologico, appunto, per assicurarsi l’inesauribilità della fonte di guadagno.Vediamo infatti come amare e giocare diventino una fonte patologica alla luce del meccanismo dipendente/seriale architettato dalla logica di mercato.
La ludopatia e la dipendenza affettiva si manifestano come tratto dipendente/seriale di intensità e grado diverso a seconda della struttura clinica in cui si manifestano (psicosi, perversione o nevrosi). Questo implica che la diagnosi di ludopatia o di dipendente affettivo è in sé erronea, cioè considera una sintomatologia come diagnosi, ma poiché si tratta di un sintomo esso va sempre collegato alla struttura del soggetto in cui si manifesta.
In qualunque struttura si manifesti, la ludopatia si pone come elemento fortemente distruttivo, invasivo e invalidante, non solo per il soggetto che sviluppa una grado di dipendenza altissimo, ma anche per i familiari del ludopatico, (che a loro volta necessitano di assistenza e sostegno psichico), poiché il giocatore dipendente arriva a perdere ogni bene materiale in modo completamente autodistruttivo con conseguenze importanti, ovviamente, anche per i familiari del soggetto che vengono coinvolti nel vortice annichilente del soggetto.
Il ricorso al gioco è un modo per negare ciò che in psicoanalisi chiamiamo castrazione, vale a dire l’esperienza delle vincita, ma anche della perdita al gioco procurano al soggetto un’esperienza di godimento senza limiti, pur facendo precipitare il soggetto in una situazione da un punto di vista realistico precario e preoccupante. Attraverso questo meccanismo illustrato si verificano tutte le numerose dipendenze che affliggono il nostro tempo: dipendenze affettive, dipendenze da sostanze, dipendenze dal gioco, dipendenza da internet, dipendenze sessuali ecc.
Con un percorso analitico il soggetto potrebbe provare finalmente ad affrontare i reali motivi che lo hanno portato ad adottare modalità dipendenti da cui resta soggiogato ed intraprendere, quindi, quella possibilità di elaborazione della perdita che gli è mancata.

Disagio adolescenziale

Il passaggio da bambino ad adolescente è un momento di crisi nel senso etimologico della parola.

Che cosa è una crisi?

Crisi deriva dal greco κρίνω e vuol dire separare.

C’è senz’altro una separazione che determina questa crisi del soggetto adolescente su più versanti. Ci si separa nel proprio corpo prima di ogni cosa, laddove un corpo di bambino vive una vera e propria metamorfosi, quindi vi è l’assunzione di un corpo nuovo, sia da un punto di vista biologico che per quanto riguarda l’immagine di sé che egli vede allo specchio. L’adolescente deve familiarizzare con queste novità da cui si sente inizialmente invaso in modo anche repentino.Una separazione nel corpo che se da un lato implica un corpo nuovo e un’immagine nuova, dall’altro comporta una perdita del corpo infantile e dell’immagine di bambino legata almeno visivamente alla presenza genitoriale.

L’altra separazione è infatti proprio quella dai genitori, in termini di vicinanza e distanza. Infatti, quasi come a cercare uno spazio espressivo, l’adolescente sente la necessità di un allontanamento da questa immagine che ha sentito come propria fino a poco prima. Quindi cerca una distanza che non è mai un vero allontanamento, ma è un sottile movimento di andirivieni, laddove avendo introiettato un’immagine di se stesso sufficientemente stabile tende quindi a fare a meno di quella genitoriale; tornerà, però, di tanto in tanto, per avere le necessarie conferme, oppure i sostegni laddove le sortite verso il mondo dei pari potrebbero avere degli scricchiolii, se non proprio degli scossoni. Questo andirivieni si traduce in termini dinamici in comportamenti non sempre facilmente leggibili da parte del genitore che può precipitare nello sconforto e nell’incapacità di interpretare anche i segnali di aiuto non sempre chiari da parte del ragazzo.

Anche il mito ci insegna che è necessario scontrarsi con chi incarna le proprie radici per trovare quelle che vanno a costituire la propria individualità e soggettività.

I vari miti affrontano le crisi della vita intese appunto come separazione di una parte del proprio sè, per giungere ad una dimensione nuova, così da poter simbolizzare in modo adeguato ciò che è stato e conferirgli un senso inedito, assolutamente proprio, personale.

La psicoanalisi richiama la storia mitica perché rispecchia quella di ogni individuo:

-Edipo uccide il padre e giace con la madre in modo inconsapevole. Edipo non sa. Edipo non ha colpa. Anche se poi pagherà tutte le conseguenza del fatto in sé.

E’ su questo aspetto che Freud fonda il “complesso di Edipo”. Per sottolineare, cioè, non la colpa del desiderio del figlio verso la madre, ma l’esistenza imprescindibile di quel desiderio che però dovrà essere censurato ( castrazione simbolica), attraverso la graduale intromissione della figura paterna nel rapporto madre-figlio. Un processo indispensabile affinché quel desiderio possa essere indirizzato verso altri oggetti ed evitare pesanti ripercussioni sullo sviluppo psichico. Il destino di Edipo simboleggia in qualche modo le conseguenze disastrose di un rapporto madre-figlio troppo intimo e prolungato nel tempo. Ovvero quando la pulsione non trova un argine adeguato. Al complesso di Edipo, non a caso, la psicoanalisi ascrive i momenti più’ critici dell’infanzia.

-Il mito di Telemaco racconta il rapporto tra Telemaco e il proprio padre, l’Ulisse omerico. A questo mito possiamo ricondurre le vicissitudini dell’adolescente nel suo viaggio verso se stesso. Questo viaggio farà trovare a Telemaco quell’elaborazione simbolica che rende possibile la relazione padre/figlio che insieme ripete, ma rinnova uno scontro che consente l’incontro, dunque è un entrare in relazione tanto sul registro dell’empatia, quanto su quello del conflitto.

Conosciamo tutti la storia dell’Ulisse omerico che, a differenza di quello dantesco, torna ad Itaca dopo mille peripezie, grazie alla ferma “volontà di ritorno”. Il suo desiderio è segnato dalla catena desiderante familiare. Egli paga il debito filiare verso Laerte, non dimentica la moglie Penelope. Il desiderio del padre è perentorio, forte, denso di quella nostalgia che si respira in tutta l’Odissea, è questo desiderio che muove le vicende di Ulisse: il ritorno alle proprie radici.

Su questo desiderio di Ulisse (desiderio del padre), s’innesta la caparbietà di Telemaco di partire alla ricerca del padre. Ecco quindi “Il desiderio del figlio”. Telemaco non è Edipo, non resta catturato nella postura della “opposizione”, silente ed impotente (Edipo non sa, non ha colpe). Il suo desiderio non è imbrigliato nella passività dell’attesa (del Padre). Telemaco non parte seguendo esclusivamente il proprio desiderio. Fa del suo desiderio l’incontro col desiderio del padre (il desiderio di Ulisse è tornare ad Itaca . “Amare è amare il desiderio dell’altro” J. Lacan). Egli parte per ritrovare il padre senza alcuna garanzia di poterlo incontrare.

Il tema di fondo di Telemaco e quindi dell’adolescente è “il viaggio”. Il viaggio di Telemaco alla ricerca delle proprie radici (Ulisse) simboleggia la necessità d’essere radicato, di sentirsi parte di un Noi , ovunque si trovi questa radicazione . Telemaco parte per incontrare il desiderio di suo padre e in questo modo partecipa di questo desiderio.

Sulla traccia del complesso desiderio di Telemaco (desiderare il desiderio dell’altro) andrebbero rimodulati i rapporti padre/figlio a favore di una più aperta relazione tra empatia e conflitto.

Psicosomatica

IL SEGNO REALE DELLA PULSIONE
Il fenomeno psicosomatico.

Il fenomeno psicosomatico interrogato a partire dall’analisi, cioè nel campo del linguaggio, si situa, a differenza del sintomo, ai limiti di questo campo, ma questo non vuol dire che non ne faccia parte, il linguaggio in qualche modo lo circoscrive e ne indica il rimando attraverso il non detto. Lacan nella teoria dei due corpi parla di un corpo biologico che viene compromesso da quello linguistico; il corpo del linguaggio viene cioè a fondersi nel biologico procurando una serie di tagli simbolici:

“il corpo pulsionale si costituisce attorno al vuoto centrale della cosa” scrive Lacan nel seminario VII. L’azione significante provoca una perdita irreversibile di una parte del godimento del corpo (L’educazione da parte dell’Altro materno è una vera e propria iscrizione del corpo significante sul corpo biologico, a cominciare dal taglio del cordone ombelicale, per poi passare attraverso le cure per mantenere il corpo del bambino pulito, quindi l’educazione sfinteriale, il modo di vestirsi, il taglio di capelli, unghie ecc.).

Da questa azione significante la manifestazione psicosomatica indica che non vi è una mortificazione totale, ma, laddove il taglio viene effettuato, questo taglio permane in quanto tale, cioè resta una traccia di questo“passaggio” che è poi quello da cui scaturisce la pulsione. La pulsione è dunque ai limiti del taglio. Il fenomeno psicosomatico può essere interpretato come ciò che rimane in un limbo tra significante espulsione, ed è dunque paradossalmente la traccia tangibile della pulsione, il suo essere reale. La psoriasi è uno tra i fenomeni psicosomatici più diffusi, essa esprime l’impossibilità del legame con l’Altro (la pelle infatti viene meno al contatto), ma anche e soprattutto il tentativo di metterlo in atto, anche se il fallimento sistematicamente si ripresenta nella lesione corporea.

Si tratta infatti di un’ impossibilità causata da un’azione simbolica non andata a buon fine che, però, non cessa di scriversi- (infatti dice Lacan che nel fenomeno psicosomatico il corpo si lascia andare a scrivere-cfr J.A.Miller ‘Riflessioni sul fenomeno psicosomatico’), è infatti una mortificazione non esaustiva una volta per tutte ed è continuamente ribadita su una linea di confine tra corpo e linguaggio: la pelle. In analisi lacaniana potremmo parlare di un signifcante padrone difettoso(difettoso nel senso che non riesce a padroneggiare fino in fondo) a cui il corpo non smette di sottrarsi, la psoriasi è quella voce del corpo che ha un suo alfabeto singolare, è un modo del corpo biologico di non volersi concedere alla voce del padrone, a quel padrone a cui il soggetto fa sempre comunque appello, nella misura in cui non può fare a meno di rivolgersi all’Altro.

È dunque la manifestazione fisica dell’Uno che nel suo giro prova a cercare l’Altro, ma inevitabilmente finisce per disintegrare se stesso: la pelletumefatta, dis-integrata che non incontra l’Altro sebbene in-sista. “L’Uno non accede al due” J. Lacan sem XIX.

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