La figura della baccante compare nella tragedia di Euripide come segno della presenza del divino nell’essere femminile. Questo dio era il Dioniso che, venendo in contatto con le donne della città, le trasfigurava in uno stato di ebbrezza estatica, rendendole folli agli occhi degli uomini mortali.
Come proclama Dioniso stesso nel prologo delle Baccanti:
“Ho trasformato queste donne in forsennate, le ho cacciate fuori dalle loro case, e ora abitano sui monti, fuori di senno. Le ho costrette a indossare le insegne delle mie orge, e tutte le donne cadmiche, tutte senza eccezione, le ho fatte uscire prese da furore dalle loro case.” (Euripide, Baccanti, vv. 32-36)
Il mito ci consegna dalla notte dei tempi quello che è stato poi chiamato femminino, come congiunzione di femminilità e divino, restituendo a questa istanza un aspetto irruento, feroce, terribile, ma al contempo orgiastico e inebriante, che ha il carattere dell’evento: qualcosa che invade e pervade, ingovernabile e perturbante e, per questo, affascinante.
Le affinità tra la Menade di Euripide e la donna lacaniana sono profonde e intense, e l’una può essere una chiave di lettura dell’altra. Il concetto di godimento femminile in Lacan sembra richiamare il tremendo femminino che Euripide mette in scena attraverso la rottura della maschera e l’invasamento dionisiaco. Anche la dimensione del desiderio lacaniano della donna, nella struttura isterica in particolare – desiderio sempre così evanescente che trascende la donna stessa attraverso il suo essere enigmatico – diventa una chiave di lettura del femminino euripideo che non si lascia mai ricondurre a una possibile rappresentazione apollinea.
Le Baccanti di Euripide: il divino femminile irrompe nella polis
Nella tragedia di Euripide, le Baccanti (o Menadi) rappresentano l’irruzione dell’elemento dionisiaco nel mondo ordinato della polis greca. Quando Penteo, re di Tebe, rifiuta di riconoscere la divinità del Dioniso, il dio porta le donne della città, inclusa Agave, madre di Penteo, a uno stato di estasi selvaggia sul monte Citerone.
Il Coro delle Baccanti esalta questo stato di libertà e abbandono:
“Oh, che gioia correre sui monti, con la sacra veste di pelle di cerbiatto, inseguendo il sangue del capro sgozzato, dilaniato, deliziandosi della carne cruda!” (Euripide, Baccanti, vv. 135-139)
Questo stato estatico è caratterizzato da diversi elementi fondamentali:
- L’abbandono del ruolo sociale: Le donne abbandonano le loro case e i loro doveri domestici, rompendo con l’ordine sociale patriarcale.
Come proclama il messaggero:
“Tutte le donne hanno abbandonato le loro case, sono scomparse nel delirio bacchico, vagano sui monti ombrosi.” (Euripide, Baccanti, vv. 215-217) - La comunione con la natura: Le menadi si fondono con gli elementi naturali, allattano cuccioli di animali selvatici, fanno sgorgare acqua e vino dalla terra.
“Battevano la terra con il tirso, e ne scaturivano fonti di acqua; quando colpivano la roccia con la ferula, ne sgorgava vino. Chi desiderava il bianco latte, grattava la terra con le punte delle dita, e lo raccoglieva in abbondanza.” (Euripide, Baccanti, vv. 704-710) - La violenza rituale: Nel culmine della loro estasi, le baccanti smembrano animali vivi (sparagmos) e ne consumano le carni crude (omofagia).
“Alcune dilaniavano giovenche dalle mammelle turgide… Avresti visto costole e zoccoli biforcuti volare in ogni direzione; e carni sanguinolente gocciolavano appese ai rami degli abeti.” (Euripide, Baccanti, vv. 737-743) - La trascendenza dei limiti umani: Le menadi acquisiscono forza sovrumana, resistenza al fuoco e alle armi.
“Gli uomini lanciavano contro le baccanti giavellotti lucenti, ma non le ferivano; mentre loro, scagliando i tirsi dalle mani femminili, colpivano e ferivano gli uomini, che fuggivano in massa.” (Euripide, Baccanti, vv. 761-764) - L’inversione delle gerarchie: Le donne, normalmente considerate il “sesso debole”, diventano più forti e pericolose degli uomini armati.
“Non è con la forza che si vincono le donne: vana è la forza contro i culti divini.” (Euripide, Baccanti, vv. 1681-1682)
Il momento culminante della tragedia avviene quando Agave, in preda all’estasi dionisiaca, smembra il proprio figlio Penteo scambiandolo per un leone. Questo atto terribile mostra il potere distruttivo del femminino quando viene represso e poi esplode al di fuori dei confini imposti dalla società.
“Io l’ho cacciato senza reti, solo con le mie mani, questa belva feroce… Io, Agave, con le mie stesse mani!” (Euripide, Baccanti, vv. 1196-1200)
La donna in Lacan: il godimento supplementare e il “non-tutto”
Jacques Lacan, nella sua teorizzazione sulla sessualità femminile, particolarmente nel Seminario XX (“Encore”), introduce concetti che risuonano profondamente con la rappresentazione euripidea delle baccanti.
Il desiderio e il “non-tutto”
Lacan parla della donna come un soggetto del desiderio irriducibile e incompleto. Secondo lui, la donna è sempre “al di là” del desiderio maschile, non può essere pienamente rappresentata, perché il suo desiderio si colloca, in un certo senso, al di fuori della Legge simbolica (o Legge del Padre).
“Non c’è La donna, articolo definito per designare l’universale. Non c’è La donna poiché – ora ve lo insegno – per essenza ella non è tutta.” (Lacan, Seminario XX, p. 68)
La donna è associata al “non-tutto” (pas-tout), cioè non può mai essere completamente assimilata al mondo simbolico maschile, e il suo desiderio è sempre aperto, insoddisfatto, in continuo movimento.
“La donna è non-tutta, c’è sempre qualcosa in lei che sfugge al discorso.” (Lacan, Seminario XX, p. 73)
Questo “non-tutto” richiama precisamente l’aspetto delle menadi euripidee che sfuggono all’ordine sociale della polis: non sono più mogli, madri o figlie, ma esseri in connessione con una dimensione che trascende i ruoli sociali definiti.
Il godimento supplementare
Lacan distingue tra il godimento fallico (limitato, circoscritto al significante) e il godimento Altro o supplementare, che è proprio del femminile. Questo godimento supplementare non esclude il godimento fallico, ma lo trascende, collocandosi in una dimensione che Lacan definisce “al di là del fallo”.
“C’è un godimento che è al di là del fallo… Un godimento supplementare rispetto a quello che designa la funzione fallica, un godimento che sta al di là.” (Lacan, Seminario XX, p. 71)
Il godimento supplementare ha caratteristiche che richiamano l’estasi dionisiaca:
- È ineffabile: Non può essere completamente detto o simbolizzato, resta in parte al di fuori del linguaggio.
“Di questo godimento, la donna non sa nulla, se non che lo prova – questo lo sa. Lo sa, certamente, quando accade. Non accade a tutte.” (Lacan, Seminario XX, p. 69) - È estatico: Implica un’uscita da sé, un superamento dei propri limiti soggettivi.
“Se semplicemente ella lo provasse e non ne sapesse nulla, questo permetterebbe di gettare molti dubbi sulla famosa frigidità.” (Lacan, Seminario XX, p. 70) - È mistico: Ha a che fare con un’esperienza di comunione con qualcosa che trascende l’individuo, paragonabile all’esperienza dei mistici.
“Basta guardare la statua del Bernini a Roma per capire immediatamente che [Santa Teresa] gode, non c’è dubbio. E di cosa gode? È chiaro che la testimonianza essenziale dei mistici consiste nel dire che provano un godimento, ma che non sanno nulla di esso.” (Lacan, Seminario XX, p. 70-71)
La formula della sessuazione
Nella sua formula della sessuazione, Lacan scrive che “La donna non esiste” (La femme n’existe pas), intendendo che non esiste un significante universale per “La donna”. Ogni donna si rapporta singolarmente alla funzione fallica, e in parte ne è esclusa, o meglio, si colloca in un “al di là” rispetto ad essa.
“La donna può solo essere scritta barrando La. Non c’è La donna, articolo definito per designare l’universale.” (Lacan, Seminario XX, p. 68)
Questo posizionamento parzialmente al di fuori dell’ordine simbolico (fallico) consente alla donna di accedere a un godimento che non è interamente sottomesso alla castrazione simbolica – un godimento che, nelle Baccanti, si manifesta come estasi dionisiaca.
Parallelismi e risonanze: le menadi e la donna lacaniana
I parallelismi tra la concezione lacaniana della donna e la rappresentazione euripidea delle menadi si articolano su diversi livelli:
1. La relazione con l’ordine simbolico
Le baccanti di Euripide rompono con l’ordine sociale della polis, così come la donna lacaniana si colloca parzialmente al di fuori dell’ordine simbolico fallico. In entrambi i casi, c’è un’eccedenza rispetto alle strutture sociali e simboliche dominanti.
Come afferma il Coro nelle Baccanti:
“Beato colui che, favorito dalla sorte, conosce i misteri degli dèi, santifica la sua vita e con l’animo unito al tiaso si purifica sui monti celebrando le sante orge di Dioniso.” (Euripide, Baccanti, vv. 73-77)
Questa beatitudine è precisamente ciò che Lacan descrive quando parla del godimento supplementare:
“C’è un godimento a lei proprio, a questa lei che non esiste e che non significa nulla. C’è un godimento proprio a lei di cui forse lei stessa non sa nulla, se non che lo prova.” (Lacan, Seminario XX, p. 69)
La polis greca, governata dalla ragione apollinea e dalle leggi degli uomini, trova il suo limite nell’irruzione del dionisiaco, così come l’ordine simbolico lacaniano trova il suo limite nell’enigma del femminile che non può essere completamente simbolizzato.
2. L’estasi e il godimento
L’estasi dionisiaca delle menadi risuona con il godimento supplementare teorizzato da Lacan. In entrambi i casi, si tratta di un’esperienza che:
- Trascende i limiti individuali
- Non può essere completamente detta o rappresentata
- Implica una connessione con qualcosa di “altro” rispetto all’ordine quotidiano
- È percepita come minacciosa dall’ordine maschile/simbolico
Nelle Baccanti, questo è descritto come:
“La sapienza che più si innalza non è sapienza. E pensare ciò che è oltre la natura umana non è da mortali. Breve è la vita: chi ricerca il grandioso, perderà ciò che ha tra le mani.” (Euripide, Baccanti, vv. 395-397)
Mentre Lacan parla di:
“Non è perché lei è non-tutta nella funzione fallica che essa cessa di esserci completamente. Non è per niente assente. Ma c’è qualcosa in più… un godimento supplementare.” (Lacan, Seminario XX, p. 71)
Quando Agave, in preda all’estasi dionisiaca, non riconosce più suo figlio e lo smembra, si può leggere una rappresentazione estrema di questo godimento che sfugge alla logica e alla ragione:
“Non è stata la mia mano, ma quella di Bacco che mi ha ingannata!” (Euripide, Baccanti, v. 1296)
3. La maschera e l’enigma
Nella tragedia di Euripide, Dioniso si presenta inizialmente mascherato da straniero, nascondendo la sua vera natura divina. Solo nel culmine dell’estasi, le menadi lasciano cadere le maschere sociali imposte dalla polis.
“Sono venuto qui, figlio di Zeus, Dioniso, che un tempo partorì la figlia di Cadmo, Semele, manifestato dal fuoco folgorante. Ho mutato la forma di dio in quella di uomo.” (Euripide, Baccanti, vv. 1-4)
In Lacan, la donna si presenta spesso come enigma, come ciò che sfugge alla comprensione piena:
“Non c’è donna se non esclusa dalla natura delle cose che è la natura delle parole… è proprio perché, quando un essere parlante qualunque si allinea sotto l’insegna delle donne, è a partire dal fatto che si fonda dal non-tutto che egli si inscrive.” (Lacan, Seminario XX, p. 68)
L’isteria, struttura che Lacan associa spesso al femminile, si caratterizza proprio per un continuo gioco di maschere, un “essere il fallo” per l’Altro che nasconde l’impossibilità di definire pienamente cosa sia una donna.
4. La dimensione del reale
Per Lacan, il femminile ha un rapporto privilegiato con il reale, inteso come ciò che sfugge alla simbolizzazione. Il reale irrompe nelle fessure dell’ordine simbolico, proprio come Dioniso irrompe nell’ordine della polis tebana.
“Se ho detto che il reale è l’impossibile, è precisamente perché esso è il reale perché non può inscriversi se non con un impasse della formalizzazione.” (Lacan, Seminario XX, p. 86)
In Euripide, Dioniso rappresenta precisamente questo impossibile che si manifesta:
“Manifesto agli uomini come dio, qui per la prima volta in questa terra di Grecia.” (Euripide, Baccanti, vv. 20-22)
Le menadi, nel loro stato estatico, accedono a una dimensione che potremmo definire “reale” nel senso lacaniano: una dimensione che eccede e sconvolge l’ordine simbolico, mostrandone i limiti e le fragilità.
La struttura isterica e il culto dionisiaco
Particolarmente interessante è il parallelismo tra la struttura isterica descritta da Lacan e il culto dionisiaco rappresentato da Euripide.
L’isteria come protesta
Nella lettura lacaniana, l’isteria rappresenta una protesta contro il ridurre la donna a un oggetto di scambio o a un ruolo definito nell’ordine simbolico. L’isterica interroga continuamente il desiderio dell’Altro, si fa oggetto di desiderio ma contemporaneamente sfugge a ogni definitiva oggettivazione.
“L’isterica fa l’uomo che supporrebbe sapere cosa vuole una donna.” (Lacan, Seminario XX, p. 86)
Similmente, le menadi euripidee protestano contro l’ordine della polis che vorrebbe confinarle ai ruoli domestici:
“Io, Dioniso, figlio di Zeus, sono venuto in questa terra dei Tebani, dove per prima cosa Cadmo, il vecchio, seminò il raccolto dei denti del dragone. Vedo che le figlie di Cadmo non vogliono credere che io sono un dio.” (Euripide, Baccanti, vv. 1-3, 26-27)
La loro fuga sui monti e la loro adorazione di Dioniso rappresentano un rifiuto dell’ordine costituito e un’affermazione del loro diritto a un’esperienza che trascende i limiti imposti.
Il corpo come luogo di manifestazione
Nell’isteria, il corpo diventa il luogo in cui si manifesta ciò che non può essere detto. I sintomi isterici sono significanti incarnati, scritti sul corpo stesso.
“I sintomi parlano nel corpo, sono come geroglifici nella carne stessa.” (Lacan, Seminario XX, p. 105)
Nelle Baccanti, il corpo delle menadi diventa il luogo dell’epifania dionisiaca:
“Cingono di serpenti le chiome sciolte, allattano cuccioli di lupo o di cerbiatto, con il seno ancora gonfio di latte, quelle cui la maternità recente ha lasciato turgide le mammelle.” (Euripide, Baccanti, vv. 695-702)
I loro corpi in movimento frenetico, la loro forza sovrumana, la loro capacità di fare sgorgare latte e vino dalla terra sono tutti segni di un’esperienza che trascende il corpo normato della donna greca.
La relazione con il divino
L’esperienza mistica, che Lacan accosta al godimento femminile, trova un parallelo diretto nell’esperienza delle menadi. In entrambi i casi, c’è una dissoluzione dei confini dell’io e un’esperienza di comunione con qualcosa che trascende l’individuo.
“Il godimento mistico, non è tutto ciò che dicono i mistici che indica che essi lo provano? Questo godimento che si prova e di cui non si sa nulla, non è forse ciò che ci mette sulla via dell’ex-sistenza?” (Lacan, Seminario XX, p. 71)
In Euripide, questo stato di comunione con il divino è descritto come:
“Quando, nelle danze notturne, leverò il mio piede nudo, scuotendo la testa all’indietro nell’aria umida della notte, come una cerbiatta che gioca nei verdi piaceri del prato, quando è sfuggita alla caccia terribile!” (Euripide, Baccanti, vv. 862-867)
Nel Seminario XX, Lacan fa riferimento all’estasi di Santa Teresa d’Avila come rappresentazione del godimento femminile. Questo rimando all’esperienza mistica si collega direttamente all’estasi dionisiaca delle menadi, che nella tragedia di Euripide sono definite come “possedute dal dio”.
Implicazioni cliniche e culturali
Il parallelismo tra la concezione lacaniana della femminilità e la rappresentazione euripidea delle baccanti ha diverse implicazioni sia per la pratica clinica psicoanalitica che per la comprensione dei fenomeni culturali.
Per la pratica clinica
- Riconoscere l’alterità: La pratica analitica deve confrontarsi con un femminile che non può essere completamente assimilato alle categorie simboliche esistenti. Questo implica un ascolto che lasci spazio a ciò che non può essere completamente detto.
“Ogni volta che si parla di ‘natura’, si tratta dell’esclusione di qualcosa. In questo caso, ad essere esclusa è la donna. Perché la donna è il non-tutto.” (Lacan, Seminario XX, p. 68) - Il sintomo come verità: Così come il comportamento apparentemente folle delle menadi nasconde una verità più profonda sulla natura umana e divina, il sintomo isterico nasconde una verità sul desiderio che cerca di farsi riconoscere.
“Il sintomo è la via attraverso la quale si manifesta, nella carne, ciò che non può essere detto altrimenti.” (Lacan, Seminario XX, p. 82)
E nelle Baccanti:
“È dolce, sulle montagne, cadere a terra dopo la corsa del tiaso e indossare la sacra nebride, cacciando il sangue del capro sgozzato, deliziandosi della carne cruda.” (Euripide, Baccanti, vv. 135-139) - L’importanza dell’estasi: Le esperienze di perdita di sé, che nella nostra società vengono spesso patologizzate, possono essere comprese come momenti in cui il soggetto accede a una dimensione che eccede l’ordine simbolico quotidiano.
“Abbiamo ben visto che è al posto del godimento che si profila il campo del non-tutto, perché lì la donna non esiste che come madre.” (Lacan, Seminario XX, p. 112)
Per la comprensione culturale
- La persistenza del dionisiaco: Nonostante i tentativi della cultura occidentale di reprimere l’elemento dionisiaco a favore dell’apollineo (la ragione, l’ordine, la misura), il dionisiaco continua a manifestarsi nelle forme più diverse, dai riti religiosi alle espressioni artistiche contemporanee.
“Dioniso: Ora che hai visto ciò che non dovevi vedere, e cercato ciò che non dovevi cercare, ti distruggerò.” (Euripide, Baccanti, vv. 912-913)
Questa distruzione di ciò che si oppone al dionisiaco risuona con l’affermazione lacaniana:
“Il godimento è ciò che non serve a nulla.” (Lacan, Seminario XX, p. 10) - Il femminile come sovversione: Sia in Euripide che in Lacan, il femminile appare come un elemento potenzialmente sovversivo rispetto all’ordine costituito. Questa potenzialità sovversiva può essere tanto distruttiva (come nello smembramento di Penteo) quanto creativa (come nella generazione di nuove forme di vita e di esperienza).
“La donna è nell’impossibilità di sapere che cos’è una donna, ma questo non-sapere sulla donna è precisamente ciò attraverso cui ha accesso a quell’altro godimento.” (Lacan, Seminario XX, p. 69)
Nelle Baccanti, questa potenza sovversiva è rappresentata dal trionfo di Dioniso:
“Dovevate conoscermi quando non volevate farlo; ora che mi conoscete, sono diventato il dio più terribile per questa città.” (Euripide, Baccanti, vv. 859-861) - L’enigma come risorsa: L’impossibilità di definire completamente “che cosa è una donna” non è un limite da superare, ma una risorsa che permette continui riposizionamenti e riconfigurazioni delle identità di genere.
“Della donna, proprio in quanto è non-tutta, c’è sempre qualcosa che sfugge al discorso.” (Lacan, Seminario XX, p. 73)
E Dioniso che ammonisce:
“Il dio stesso libererà me, quando io lo vorrò. So infatti che Dioniso è un dio sapientissimo e fortissimo, ed egli insegna ai mortali i più bei misteri.” (Euripide, Baccanti, vv. 498-502)
Conclusione: il femminino come evento
Sia nella rappresentazione euripidea delle menadi che nella teorizzazione lacaniana della femminilità, il femminino appare come un evento più che come un’essenza stabile. È qualcosa che accade, che irrompe, che trasforma.
“Sono giunto alla città di Tebe per la prima volta, agitando il tirso e la corona di edera. Vi prego, non mi legate: sono qui, sono Dioniso, il figlio di Zeus!” (Euripide, Baccanti, vv. 1-5)
Questa irruzione dell’evento divino risuona con le parole di Lacan:
“L’evento è precisamente ciò che non si lascia significare completamente, ciò che eccede la significantizzazione.” (Lacan, Seminario XX, p. 64)
Come psicoanalisti, siamo chiamati a riconoscere questa dimensione evenemenziale del femminino, a fare spazio a ciò che nell’esperienza umana eccede le categorizzazioni e le normalizzazioni. Il femminino, da Euripide a Lacan, ci invita a pensare al di là delle opposizioni binarie, a riconoscere che c’è sempre un “di più” che sfugge ai nostri tentativi di comprensione e di controllo.
“La struttura del rapporto sessuale nel parlante è dominata da questo, che il parlante può raggiungere il proprio partner sessuale, che è l’Altro, solo attraverso l’intermediazione di ciò che rappresenta il godimento sessuale, il fallo. Ma questo è precisamente ciò che manca alla donna.” (Lacan, Seminario XX, p. 53)
In questo senso, le baccanti di Euripide possono ancora oggi parlarci della potenza trasformativa del femminino, della sua capacità di mettere in crisi le certezze e di aprire a nuove possibilità di esperienza e di soggettivazione. E la teorizzazione lacaniana può offrirci gli strumenti concettuali per accogliere questa potenza senza ridurla a stereotipi o a patologie, ma riconoscendola come una dimensione fondamentale dell’esperienza umana.
In conclusione, come dice Tiresia nelle Baccanti:
“Noi non filosofeggiamo sugli dèi. Le tradizioni avite, coeve al tempo, nessun ragionamento le abbatterà, neppure se la saggezza più alta venisse scoperta.” (Euripide, Baccanti, vv. 200-203)
E questo trova eco nelle parole di Lacan:
“La donna ha un rapporto con S(Ⱥ), e già in questo si sdoppia, non è tutta, poiché d’altra parte può avere un rapporto con il Φ [fallo].” (Lacan, Seminario XX, p. 75)
Il femminino, nella sua duplice filiazione da Euripide e da Lacan, rimane un enigma produttivo, una domanda sempre aperta che continua a generare nuove risposte e nuove domande. È proprio in questo spazio di interrogazione continua che si colloca la possibilità di un rapporto con il femminile che non sia di dominazione o di idealizzazione, ma di ascolto e di riconoscimento della sua irriducibile alterità.
