Amore che ha nullo amato, amar perdona?
Al contrario di quello che accade solitamente nelle relazioni d’amore, questa frase a prima vista sembrerebbe dire che amare significa accedere a un destino felice
E’ davvero questo ciò che Dante ci comunica? Esiste un’escatologia per il semplice fatto di amare qualcuno? Esiste una necessità insita nell’atto di amare che comporterebbe una reciprocità assoluta e certa?
Ovviamente no.
Amare. Questo controverso senti-mento non riguarda semplicemente un sentire, ma qualcosa di molto più complesso che coinvolge l’essere e la sua dimora, ossia la parola e la sua possibilità. La parola come dimora dell’essere Non esiste amore senza parola d’amore. Non esiste sentimento amoroso che non ispiri a dire l’indicibile.
L’amore è sempre amore per qualcuno. Il destinatario, che ricambi o meno il nostro amore, custodisce il più misterioso dei segreti che è l’amore stesso che noi proviamo. Questo forse è il reale motivo per cui l’amore è per necessità costitutiva legato al tragico. Amare ci espone non semplicemente alla possibilità della perdita, ma si caratterizza in modo significativo solo come esperienza di perdita. Eros è figlio di Poros e Penia, diceva Diotima, ossia implica la necessità di perdere tutto ciò che si ha per poter accedere a ciò che si è. Perchè ciò che amiamo di questo oggetto d’amore non è tanto ciò che di lui è manifesto- anche se ciò che dell’amato vediamo suscita il nostro dire poetico, la nostra generosità, la nostra creatività-. Ciò che dell’oggetto d’amore noi realmente amiamo è e resta un mistero finché lo amiamo.
Questo è il senso probabilmente della frase dantesca. L’amore infelice, “c’ha nullo amato”, è di fatto perdonato dall’amore stesso, ossia dal fatto di aver avuto accesso a un’esperienza che ha a che fare con il divino, dove per divino si intende qualcosa di estatico che contiene un sapere su noi stessi che altrimenti non avremmo potuto scoprire. Ciò che si definisce divino richiama il seme della follia. Il Dioniso dei greci ci insegna qualcosa: Dioniso è un dio alla cui essenza appartiene il fatto di essere folle. Per i greci la follia era un ponte per poter avere accesso alla lingua segreta degli dei. Dunque il mistero di ciò che siamo è custodito nella folle esperienza d’amore, esperienza estatica e divina per il mistero profondo che coinvolge il nucleo più intimo ed estraneo di noi stessi, ciò che ci rende folli, folli d’amore. Che cos’è l’esperienza amorosa, poi, in ultima istanza? E’ sicuramente la possibilità di sentire profondamente il mistero che ci rende amanti, vale a dire folli e sapienti al tempo stesso.