Un’indagine clinico-psicanalitica sull’autolesionismo contemporaneo
L’Enigma della Ferita che Lenisce
Nel teatro della sofferenza umana, emerge un paradosso che sfida la logica del senso comune: come può una ferita lenire un dolore? Questa domanda ci accompagna nell’esplorazione di uno dei fenomeni più emblematici della clinica contemporanea, dove il corpo si trasforma in superficie di scrittura per un linguaggio che la parola non riesce più a pronunciare.
L’autolesionismo si presenta al clinico con la brutalità dell’improvviso, mantenendo intatta la sua natura di agito – un gesto che bypassa la verbalizzazione per inscriversi direttamente nella carne. È in questo cortocircuito tra pensiero e azione che si rivela la complessità di un sintomo che rappresenta, forse più di ogni altro, il destino del soggetto nella modernità.
Il Paradigma del Passaggio: Dal Desiderio al Godimento
L’autolesionismo costituisce il paradigma clinico di una transizione epocale: il passaggio dal registro del desiderio a quello del godimento. In questa migrazione psichica si cela il destino funesto della capacità desiderante del soggetto contemporaneo, dove il corpo leso mantiene paradossalmente il suo antico retaggio di segno, pur funzionando essenzialmente come modalità di godimento.
Il segno rappresenta la traccia celata del desiderio, un richiamo silente rivolto allo sguardo dell’Altro. Attraverso il sintomo, il soggetto interroga il desiderio dell’Altro, cercando quella domanda che lo collocherebbe al centro di un desiderio che la parola non può articolare. Il corpo tenta così di esprimere ciò che il linguaggio verbale non riesce a significare.
Nella clinica del desiderio, il sintomo come segno contiene un messaggio arcaico rivolto all’altro: “Mi ami? Vorrei essere ciò che ti manca, vorrei ritrovarmi nel tuo desiderio.” Il taglio si configurerebbe quindi come metafora corporea di un desiderio che non trova parola.
La Serialità del Godimento: Quando il Segno Diventa Ripetizione
Tuttavia, il taglio segna – è proprio il caso di dirlo – un passaggio cruciale dal desiderio al godimento. Non a caso, il taglio non è mai singolare: un soggetto viene definito autolesionista solo quando presenta una serie di lesioni. La serialità diventa così l’indice inequivocabile del godimento del soggetto.
Incapace di sostenere la tensione desiderante, il soggetto deborda, va alla deriva, sprofonda nell’assenza di elaborazione simbolica della mancanza. Si annulla nel reale del corpo, nel godimento pulsionale che, inscrivendosi nella carne, divampa nel corpo stesso. In questo processo, il soggetto di desiderio viene annullato, permettendo la scarica pulsionale della tensione accumulata.
Il corpo leso si trasforma: da segno del desiderio diviene ciò che del soggetto resta, ciò che resiste alla pulsione mortifera che si ripete incessantemente, dilaniando un corpo che rinuncia a significare per farsi oggetto puro di godimento.
Il Potere di Nominazione: La Conservazione del Dolore
Nonostante questa deriva, il taglio mantiene il suo antico retaggio di segno e, crucialmente, conserva per il soggetto autolesionista un potere di nominazione. Il soggetto, interrogato a partire dal taglio, è ancora in grado di rispondere. Il taglio diventa simultaneamente un modo di scrivere la ripetizione e di conservare un dolore.
Il soggetto autolesionista sa dire con precisione il momento di ogni taglio, le cause che lo hanno condotto a quel gesto specifico. In questa capacità di racconto, il taglio acquisisce un valore prezioso: nella misura in cui la cicatrice svanisce, svanisce con essa il soggetto stesso.
La Direzione Analitica: Restituire la Parola al Dolore
L’analisi deve necessariamente partire da questo punto di resistenza, da quel segno che persiste nonostante tutto. L’obiettivo terapeutico consiste nel tentativo di restituire la parola a un dolore che ha fatto della ferita il suo silenzio assordante.
In questo lavoro di trascrizione dal corpo alla parola, dal reale del taglio al simbolico del linguaggio, si gioca la possibilità di una riappropriazione soggettiva del proprio dolore. Non si tratta di eliminare la sofferenza, ma di restituirle una voce che possa articolarsi altrimenti che nel registro della lesione.
Il corpo leso, in questa prospettiva, non è più soltanto superficie di godimento, ma può tornare ad essere luogo di iscrizione simbolica, dove il soggetto può ritrovare le coordinate del proprio desiderio e, con esse, la possibilità di un legame con l’Altro che non passi necessariamente attraverso la ferita.
L’autolesionismo contemporaneo ci confronta con la necessità di ripensare le modalità di accesso al simbolico in un’epoca che sembra aver perduto alcuni riferimenti fondamentali per l’articolazione del desiderio. La clinica psicoanalitica è chiamata a inventare nuove forme di ascolto per questi corpi che parlano attraverso il taglio, per restituire loro la parola che la ferita ha temporaneamente sostituito.